Spotify: pro e contro della musica digitale

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Spotify e il vinile: l’ingannevole ripresa

Partiamo dai contro anzichè dai pro. È interessante analizzare questo argomento muovendosi concettualmente a ritroso nel tempo. Da dove deriva il termine incidere musica? Esattamente dal processo tecnico di incisione sul polivinilcloruro in forma circolare. Il vinile è stata la prima versione tangibile della musica, di conseguenza l’unica disponibile per poter godere ripetute volte della performance di un determinato artista. Oggi possiamo disporre di svariate alternative all’affascinante 33 giri, prime fra tutte Spotify. Esso soddisfa a pieno tutte le esigenze di coloro che amano avere tutta la discografia mondiale nel palmo d’una mano. Di conseguenza sorge naturale chiedersi perché leggiamo diffusamente di un ritorno del vinile in pompa magna quando quest’ultimo, per quanto affascinante sia, abbia una fruizione, un costo e una reperibilità assolutamente imparagonabile a ciò che offre Spotify? Semplicemente perché è di tendenza. Un aumento delle vendite reale c’è stato, dal 6,6% del 2017 all’11,9% nel 2018 secondo Nielsen Music. Questo dato però fa riferimento alle vendite di supporti fisici nel solo mercato statunitense, quindi assolutamente irrilevante in un contesto internazionale e non confrontato con i supporti digitali.

Trattasi quindi di una notizia veritiera solo se contestualizzata.

  

Rage against Spotify, 

la rivoluzione silente

Diversamente, di gran lunga più rilevante è il tema relativo alle royalties pagate da Spotify agli artisti. Cosa sono le royalties prima di tutto: le royalties sono delle percentuali che devono essere pagate agli aventi diritto per ogni utilizzo di un’opera musicale. Ogni volta in cui un negozio, in un ristorante, una palestra etc. trasmettono un brano musicale, esse devono ottenere delle licenze dalle collecting societies. Spotify in questo non è mai stata la prima della classe, soprattutto per quanto riguarda la distribuzione impari dei guadagni. Nessuno sa esattamente secondo quali criteri la grande società svedese li smisti fra gli artisti. Oggi le cose sono leggermente cambiate anche grazie ad un’opera di raffinata e ingegnosa strategia messa in atto da una band californiana chiamata Vulfpeck. Nel 2014 rilasciano un album dal titolo Sleepify. 

 

La caratteristica principale di questo album pubblicato su Spotify è quella di essere completamente muto, composto da dieci tracce, 0:31 secondi in media ciascuna, di assoluto silenzio. Inizialmente l’idea è stata strenuamente sostenuta dalle poche migliaia di followers della band, ma subito la stravagante trovata ha raggiunto orecchie ben più numerose fino a raggiungere l’obiettivo fissato in partenza dai Vulfpeck, ovvero quella di racimolare 20K dollari per poter finanziare un tour di concerti gratuiti per tutti i loro fans. Solo allora Spotify si è accorta dell’accaduto e ha rimosso l’album Sleepify dalla piattaforma. Questo però ha portato in seguito ad una revisione dell’erogazione delle royalties, adesso distribuite in forma più meritocratica.

Tutta la musica del mondo può valere 9.99 euro/mese?

Nell’ormai lontano 2014 gli U2 rilasciavano un album scaricabile gratuitamente da iTunes. Avevano capito tutto su come sarebbero andate le cose? Sperimentavano nuove strategie di marketing o anticipavano un rapido declino verso la svalorizzazione più potente che la musica avesse mai potuto subire? Una cosa è certa, oggi con Spotify si può ascoltare pressappoco tutta la musica che voglia immettersi sul mercato. Pagando l’obiettivamente modica cifra di 9.99 euro. Sembra un valore irrisorio se pensiamo a quanta arte suonata e non solo possiamo accedere con un investimento tanto basso. Tutti però fanno a gara per essere ammessi nelle famigerate playlist che la piattaforma Spotify diffonde. Non si stampano più dischi, come abbiamo brevemente analizzato nel primo punto, ma nascono sempre nuove piattaforme basate sulla struttura di Spotify. Le produzioni musicali sono divenute sempre più casalinghe, non solo grazie alla dirompente tecnologia, ma anche visto l’abbassamento della qualità che la piattaforma citata, in quanto digitale, impone.

Concludendo possiamo notare anche alcuni aspetti positivi nella cosiddetta evoluzione digitale della musica. Oggi chiunque può registrare una canzone nella propria stanza da letto. Il venerdì fare un upload su Spotify e quello dopo essere inserito nella playlist In Tendenza. La domanda che però ci si può arrivare a porre è: vuoi davvero che Spotify scelga ciò che devi ascoltare? Vuoi che scelga quali emozioni devi provare tornando a casa dopo un’intensa giornata di lavoro? Puoi farlo, ad iscriversi e a pagare l’abbonamento ci vogliono 5 minuti. Vuoi comprare un disco scegliendolo e prelevandolo con le tue mani dagli scaffali di un negozio? A breve non sarà più possibile.

 

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Partiamo dai contro anziché dai pro. È interessante analizzare questo argomento muovendosi concettualmente a ritroso nel tempo. Da dove deriva il termine incidere musica? Esattamente dal processo tecnico di incisione sul polivinilcloruro in forma circolare.
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2 commenti su “Spotify: pro e contro della musica digitale”

  1. Molto chiaro ed interessante. Stimola una attenta riflessione sull’effetto nascosto che la facilità di utilizzo delle tecnologie digitali può nascondere.

  2. Linda Colaprice

    Analisi impeccabile!!!! Chiarezza e riflessione anche per chi come me non ha molta dimestichezza con piattaforme digitali. Penso che sia un attento pensiero sulle emozioni che la musica può regalare tenendo presente il lato realistico ed economico!! Diamo il giusto valore alla MUSICA ,alla buona musica. . Non sottostimiamola e apprezziamola pagandola di più di come abbiamo fatto fin’ora. Io sono fra quella poca gente che acquista il vinile . . Per premiare la buona musica e l’artista che c’è dietro ad un buon lavoro!!!! Complimenti!!!

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